Rifugiato siriano porterà la torcia olimpica

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Posted on: 04/23/16
Ibrahim Al-Hussein si accovaccia sul blocco di partenza, ha lo sguardo fisso verso la piscina. Tutto il resto, tutti i ricordi dolorosi e tragici, i familiari abbandonati, le bombe e la fuga dalla sua terra, la Siria, la gamba amputata, la riabilitazione, svaniscono. In questo momento ci sono solo lui e l'acqua.
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È questo quello che succede agli atleti: la concentrazione, il lavoro, l'allenamento fa superare loro tutto il resto.
Il 26 aprile Ibrahim porterà la fiamma olimpica ad Atene, farà parte della staffetta che porterà la torcia per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Un gesto simbolico e di solidarietà verso tutti i rifugiati di tutto il mondo in un momento in cui milioni di persone sono in fuga da guerre e dalle persecuzioni in tutto il mondo.

Si tratta di un privilegio immeso per l'atleta ventisettenne, che una volta sognava di competere alle Olimpiadi e la cui carriera sportiva è stata stroncata dalla guerra e dal suo infortunio. Una bomba lo ha ferito a una gamba, non c'è stato nulla da fare, se non l'amputazione. Ora Ibrahim ha una protesi al posto della sua gamba destra, ma la sua voglia di nuotare è rimasta la stessa. «Immaginate se uno dei vostri più grandi sogni si stesse realizzando - ha spiegato il siriano -. L'ho coltivato per più di vent'anni e ora sta diventando realtà».

Ibrahim arrivò sull'isola greca di Samos nel 2014, dopo aver attraversato il Mar Egeo in un gommone. Atene è diventata la sua nuova casa, il luogo in cui ha ricostruito la sua vita e la sua identità come un atleta. Cammina con una protesi alla gamba predisposta e donatagli gratuitamente da un medico amico. Per tornare in forma, Ibrahim si attiene a un programma di allenamento sportivo rigoroso: tre giorni a settimana, nuota con Alma, un'organizzazione greca non-profit per atleti con disabilità. Fa parte anche di una squadra di basket in carrozzina a Maroussi, un sobborgo di Atene, che si allena cinque volte a settimana e viaggia in tutta la Grecia per disputare le partite.

Ibrahim fa tutto questo pur lavorando 10 ore in un caffè di Atene. «Non è solo un gioco per me», dice Ibrahim del suo programma di allenamento. «Lo sport è la mia vita».

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Cresciuto a Deir ez-Zor, in Siria, la vita di Ibrahim ruotava intorno allo sport: nuoto, basket e judo. Suo padre, un allenatore di nuoto, gli ha trasmesso l'amore per l'acqua. Con la famiglia viveva sulle rive dell'Eufrate: e proprio il fiume quando era bambino era come una piscina, mentre il famoso ponte sospeso di Deir ez-Zor era il suo trampolino personale. «Di solito salivo fino alla cima, mi tuffavo per poi nuotare nel fiume», racconta il siriano. Ibrahim ha continuato a nuotare in modo competitivo anche in età adulta, seppur lavorasse a tempo pieno come elettricista. Poi è iniziata la guerra nel 2011. E il suo amato ponte è stato fatto saltare in aria. Un giorno, Ibrahim precipitandosi fuori da casa per aiutare un amico che era stato gravemente ferito, è rimasto colpito da una bomba. La sua gamba destra è stata amputata dalla metà polpaccio verso il basso. Dopo un anno è riuscito però a fuggire verso la Turchia, dove ha iniziato a recuperare l'uso del suo arto e reiniziato a camminare di nuovo.

Quello di Ibrahim è stato un recupero difficile. La guerra aleggia nei ricordi di Ibrahim che nel piccolo appartamento che ha affittato ad Atene ha scelto di non appendere nemmeno una foto della sua Siria. Gli causano troppo dolore. «I miei occhi sono capaci ora solo di guardare avanti», ha spiegato ancora Ibrahim. «Non riesco a pensare al passato. Se cerco di ricordare tutte quelle cose dietro di me, mi sembra rallentare».

Una volta arrivato in Grecia, Ibrahim ha cercato aiuto da uno dei partner esecutivi dell'Acnur, il Consiglio greco per i rifugiati, una Ong che fornisce assistenza legale e sociale alle persone bisognose di protezione internazionale. Gli è stato concesso l'asilo grazie all'aiuto di avvocato di GCR, Katerina Komita. «Non ha mai detto: 'Sono stato un buon atleta'», dice Komita. «Diceva sempre: 'Sono un un buon atleta'». Ed è per questo che che l'assistente sociale del GCR, Georgia Chiou lo ha spinto a trovare un alloggio, un lavoro e lo ha messo in contatto con alcune squadre locali di atleti con disabilità.

Per entrare in piscina, Ibrahim toglie la protesi della gamba e salta sul suo suo unico piede, trascinandosi fino al blocco di partenza.
Dopo 5 anni Ibrahim è tornato a nuotare in vasca lo scorso ottobre: «Sono stato in piscina con lui, aiutandolo a cercare di prendere confidenza di nuovo con il suo corpo e con l'acqua», ha raccontato il suo allenatore Eleni Kokkinou. Senza quella parte della gamba Ibrahim non era così forte come una volta. Ma sono bastate poche settimane di allenamenti perché riuscisse a riaquisire pieno controllo e fiducia in acqua. «Ho trovato un atleta forte» ha proseguito l'allenatore. «La sua forza è nella sua mente. Ibrahim ha pensato solo ad allenarsi, allenarsi e ancora allenarsi: il suo obiettivo era quello di raggiungere il suo miglior tempo personale in stile libero di 50 metri».
Ibrahim ora nuota stile libero di 50 metri in circa 28 secondi, vale a dire solo 3 secondi in più di quando aveva la gamba. A giugno parteciperà ai giochi panellenici per nuotatori disabili e ha buone possibilità di vincere nella sua categoria. Quando non è in piscina, scende in campo con una squadra di pallacanestro in carrozzina.
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Ibrahim è stato scelto per portare la torcia olimpica a seguito di un annuncio da parte di Jacques Rogge, presidente onorario del Comitato Olimpico Internazionale: «Lo sport può guarire molte ferite», ha sottolineato Rogge. «Lo sport può portare speranza, può contribuire a forgiare le proprie idee e di integrarsi nella società». «Sto portando la fiamma per me stesso, ma anche per i siriani, per i rifugiati in tutto il mondo, per la Grecia, per lo sport, per le mie squadre di nuovo e di basket», ha raccontato Ibrahim. «Il mio obiettivo è quello di non mollare mai. Ma per andare avanti, per andare sempre avanti. E che posso ottenere attraverso lo sport».

«Non si è lasciato fermato da nulla, né dalla guerra, né dalla disabilità», ha concluso il suo coach. «È stato un atleta tutta la sua vita. Ora, è tornato in pista».

Guarda il video (Unhcr):
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