Eritrei ricattati dal regime in Italia

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Posted on: 04/23/16
In Italia è difficile e a volte pericoloso parlare in pubblico della repressione in Eritrea che mette in fuga migliaia di persone per evitare miseria, persecuzioni e leva militare a tempo indeterminato. Capita che giornalisti impegnati in serate dedicate al piccolo Stato del Corno d'Africa siano stati zittiti e minacciati da personaggi legati al regime o da italiani con interessi vari all'Asmara. Per non parlare delle lettere intimidatorie che i giornalisti 'scomodi' ricevono in redazione. Giusto una settimana fa l'ultimo episodio. Un uomo qualificatosi come dipendente del consolato milanese ha interrotto a Bresso un incontro con il giornalista Enrico Casale, della rivista 'Africa', e l'attivista per i diritti umani Alganesh Fessaha, oppositrice del presidente Isaias Afewerki che lo scorso novembre è stata nominata cavaliere della Repubblica per meriti umanitari. Anche Raffaele Masto di 'Africa' ha ricevuto minacce telefoniche per aver spiegato a Rai3 da cosa fuggono gli eritrei. Come mai questi personaggi possono agire indisturbati nel nostro Paese' E cosa devono subire profughi ed espatriati' Ecco una risposta. (P. Lamb.)

Più che una tassa è una forma di estorsione. Chi non paga entra nella lista nera dei nemici del regime e si vede negare certificati, documenti, rinnovi necessari per la propria sopravvivenza burocratica all'estero. Il governo eritreo obbliga gli espatriati a pagare quella che è ormai nota come la Diaspora Tax, prelievo del 2% sullo stipendio guadagnato nel paese ospitante. Nato come un contributo volontario durante gli anni della guerra contro l'Etiopia, il balzello si è trasformato in una forma di pagamento obbligatorio, vitale per le disastrate casse dello stato retto con il pugno di ferro da Isaias Afewerki. Mentre l'Italia continua a lasciar fare, anche se nel 2011 il Consiglio di sicurezza dell'Onu con la risoluzione 2023 ha chiesto all'Eritrea di cessare ogni forma di minaccia e frode che caratterizza la riscossione del 2% e ha accusato l'ex colonia italiana di utilizzare quel denaro per armare vari gruppi militari, fra cui i terroristi somali di al - Shabaab, allo scopo di destabilizzare il Corno d'Africa. «Pochissimi fedeli al regime pagano volontariamente. Per la maggior parte degli eritrei, la Diaspora Tax è una condanna da affrontare appena messo piede in ambasciata o consolato per chiedere un qualsiasi documento ' spiega un testimone eritreo di Milano, che chiede di restare anonimo. ' Il pagamento è retroattivo, si conteggia dal momento dell'arrivo all'estero. I funzionari diplomatici controllano i redditi dell'emigrato dall'estratto conto previdenziale.



Solo chi paga ottiene il clearance sheet per avere i propri documenti. Chi non esborsa, e spesso si tratta di cifre anche impegnative per un migrante, rimane abbandonato». I rappresentanti del gruppo di opposizione politica Eritrea Democratica spiegano che «la Diaspora Tax è una forma di intimidazione e di controllo su tutta la comunità degli eritrei in Italia e nel mondo. Chi non la versa, viene aggiunto fra gli oppositori al Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (partito unico al governo del Paese, ndr). Tale lista è parte di quel sistema di controllo curato dai numerosi membri della intelligence spionistica Eritrea presenti in Italia, che schedano i non allineati al regime, e puniscono, imprigionano e arrivano a torturare i parenti rimasti in Eritrea, come rappresaglia ».



La Svizzera ha appena aperto un'indagine sulla tassa nei confronti delle sedi diplomatiche eritree. In Svezia, la recente proposta di legge per vietarne la riscossione non è stata accolta, «poiché, come noto, Stoccolma vuole mantenere aperto un canale diplomatico con Asmara per la liberazione del giornalista svedese eritreo Dawit Isak detenuto nel Paese del Corno d'Africa da 12 anni », spiega la giornalista eritrea naturalizzata svedese Meron Estefanos. Contro la pratica, di recente in Olanda e Norvegia si sono sollevate proteste, mentre Canada, Regno Unito e Germania nel 2011 hanno chiesto formalmente alle ambasciate dipendenti da Asmara di interromperne la riscossione. Il Canada nel 2013 ha espulso il console eritreo di Toronto con l'accusa di continuare a esigere il versamento. Varie inchieste giornalistiche hanno, però, svelato che, anche dove è scattato il divieto, poco è cambiato: le sedi diplomatiche forniscono ai cittadini informazioni su come recapitare il denaro del 2% in patria.



Al di là della Diaspora Tax, il regime eritreo raccoglie valuta estera fra i propri fuoriusciti con la pratica hawala (termine arabo che indica il trasferimento di denaro in nero). La legge non consente agli eritrei di bonificare denaro in patria, ma poi nelle città italiane sono attivi intermediari che raccolgono i contanti fra gli esuli, quindi si accordano con altri intermediari in Eritrea per passare ai destinatari della transazione il corrispettivo in nakfa, la moneta locale. «Anche l'hawala consente al regime da una parte di raccogliere moneta forte in euro e dall'altra di monitorare il mondo degli espatriati e i loro legami con familiari o amici in Eritrea.

A Milano operano sei o sette intermediari, a Roma una dozzina, figure note nella comunità. La pratica è illegale, ma è l'unica via per mandare i propri guadagni a casa», spiegano ancora da Eritrea Democratica. La valuta è raccolta in euro e depositata in conti all'estero. Lo scorso anno un'inchiesta di Swissleak ha dimostrato che in Svizzera sono depositati asset riconducibili a correntisti eritrei per 695 milioni di dollari. In varie parti del mondo le ambasciate eritree stanno forzando i concittadini espatriati a firmare un modulo dove si afferma che in Eritrea non viene perpetuata alcuna violenza. Chi non sottoscrive la di- chiarazione prestampata viene minacciato di vedersi negato il rinnovo del passaporto. Una mossa con cui il governo eritreo sta tentando di contrastare quanto affermato dall'Alto commissariato Onu dei diritti umani che ha presentato una serie di prove sui crimini contro l'umanità che il partito unico continua a perpetuare, mettendo in fuga un intero popolo.




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